La crisi della Nazionale? Viene da lontano!

La crisi della Nazionale? Viene da lontano!

Che la Nazionale stia vivendo il suo peggior momento della storia è fuori discussione. Al di là dell’Europeo – vinto, non dimentichiamolo, ai calci di rigore e comunque contro la Spagna, in semifinale, sempre con i penalty ci qualificammo -, questa Italia, dal punto di vista tecnico e qualitativo, è una delle peggiori dal ‘900 in poi.

I motivi? Proviamo a spiegarli qui.

Non si gioca più per strada

Perfino a Napoli, città della ‘scugnizzeria’ per eccellenza, è difficile trovare i bambini e i ragazzi che giocano per strada. Vuoi perché manca la sicurezza, vuoi perché ci sono i social e altre distrazioni, oggi da Nord a Sud trovare dei 15enni che giocano a calcio tra i palazzi è davvero un miracolo.

Ci sono altre cose da fare rispetto a qualche anno fa, non lo mettiamo in dubbio. Magari anche migliori, però questo fa sì che i nuovi talenti non nascano più. E, soprattutto, non si formi più quella cultura calcistica che ci ha sempre contraddistinto.

Come un circolo vizioso: non si gioca per strada, i bambini non si appassionano, non migliorano la tecnica e il calcio italiano si impoverisce sempre di più. Insomma, le distrazioni sono altre, ad esempio diventare famosi con i social come Taffo Roma o i vari influencer. 

Non si insegnano più le fondamenta della tecnica

I ragazzi che, magari, vanno nelle scuole hanno un insegnamento diverso rispetto ai loro genitori o ai loro predecessori. Se un tempo il terzino doveva difendere e attaccare, il registra far girare il pallone, l’attaccante segnare e così via, oggi non è più così.

Le fondamenta della tecnica non si insegnano più, non si lasciano più i ragazzi liberi di esprimere il proprio talento e, anzi, li si ‘rinchiude’ in un qualcosa di tattico che, molte volte, ‘mortifica’ le loro qualità di palleggio. E ci sono cose che se non si imparano da piccoli poi è davvero difficile invertire la rotta.

Basti pensare alla Spagna: certo, all’Europeo 2021 è stata eliminata da noi ma quello resta un episodio, parliamoci chiaro. Comunque, gli Iberici dopo il loro ciclo magico hanno avuto un periodo di appannamento che ci può stare ma non hanno mai cambiato la loro filosofia. Prima il talento e poi tutto il resto. Tanto è vero che sono ancora una fucina di giocatori che faranno parlare di sé nel futuro.

In Italia abbiamo preferito un’altra strada. Risultato? Per due volte consecutive dovremmo vedere i Mondiali da casa. 

“Il portiere deve saper giocare in piedi”. Davvero?

Andiamo con un’altra consuetudine. Forse l’emblema del cambiamento che vogliamo forzatamente dare al nostro calcio. Nonostante i vari appelli di allenatori vincenti come Fabio Capello, ci sono allenatori che scelgono i portieri non in base alla loro qualità nel saper parare i tiri ma se sono bravi con i piedi.

Il motivo? Questa assidua ricerca della costruzione dal basso a ogni costo. Nonostante, ad esempio, un errore di Donnarumma ha praticamente di fatto eliminato il PSG contro il Real Madrid e proprio la squadra di Ancelotti, in finale di Champions League, ha dovuto ringraziare il suo portiere – Thibaut Courtois -, autore di grandissime parate. Con le mani, appunto.

Ma da dove è nato tutto questo? Ma da quando in qua si deve scegliere un portiere perché è bravo con i piedi? Stiamo stravolgendo perfino il nostro punto forte: la scuola dei portieri, appunto. Una rivoluzione che, almeno per il momento, non ha portato benefici. Risultati alla mano.

Troppi stranieri, anche se…

Chiudiamo con una grande polemica divisiva. C’è chi dice che ci siano tanti stranieri nel nostro campionato. Certo, rispetto agli anni ’90 ovvio che sì. Le leggi erano diverse. Ma bisogna vedere anche il livello degli stranieri. Se gli stranieri si chiamano Maradona, Zico e Van Basten ben vengano, ma se sono tutta quella serie di sconosciuti che affollano la nostra serie A allora non portano nulla di nuovo.

Il livello qualitativo è sceso e, di conseguenza, è sceso anche il livello degli stranieri che decidono di approdare nel nostro campionato. Bisogna invertire la rotta, nella speranza di non seguire quel proverbio che dice ‘non c’è due senza tre’. Almeno per quanto riguarda i Mondiali di calcio 

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